MASSIMO PRIVIERO

Sulla strada

Massimo Priviero / Universal   2009



Scrivendo di Massimo Priviero si incorre nel rischio di arrotolarsi in una spirale di elogi e parole importanti. In tanti anni di peregrinazioni a fini musicali non ho mai e sottolineo mai incontrato una persona o un appassionato di rock che abbia espresso giudizi indifferenti sul rocker di Jesolo. Pensateci bene, non è una constatazione banale, tutti gli artisti hanno dei detrattori, fosse anche solo per rivalità. Di Massimo Priviero conosco la discografia al completo, cercata, raccolta, custodita, ascoltata, raccontata e diffusa agli amici, riascoltata tra momenti di esaltazione e lacrime profonde. “Sulla strada” è l’ennesimo tassello di una carriera inimitabile, prima di tutto perché incapace di essere schiava del sistema. “Sulla Strada” a prima vista sembra una normale raccolta con qualche inedito, ma, come già fu “Poetika”, le canzoni non vengono banalmente riproposte, ma risuonate, riarrangiate, reinterpretate, addobbate o scarnificate (e perché no, anche scarificate) per rivivere sempre. Non conosco Massimo di persona, ma è evidente che lui stesso sia cosciente di quelle che sono le storie meglio riuscite. Qui ce le riconsegna ancora una volta, rifluenti dello splendore che sempre hanno avuto, che continuano ad avere e che, a questo punto della carriera, il tempo deve consegnare alla memoria popolare. Non sto esagerando, l’enorme rispetto che provo per questi racconti di vittorie e sconfitte è molto serio, per un semplice motivo, perchè questo è il rock italiano. Punto e a capo. Il rock italiano, inteso a livelli di ottime produzioni, non abita altrove, neppure tra le macerie di Pino Scotto (troppo aspra la sua proposta per l’Italia, di questo me ne sono fatto una ragione solo in tempi recenti dopo che per anni ho ritenuto Pino l’unica vera voce rock nostrana). Le parole di Massimo Priviero sono le storie della gente, le storie di un’Italia che fu soprattutto, lontana dalle apparenze e dall’immagine che a tutti i costi i media vogliono inculcare oggi, riuscendoci peraltro. Sono passati più di vent’anni, ma dai sogni di San Valentino alla delicatezza di Fragole a Milano, dalla mia adorata Dolce Resistenza, passando per la sofferenza di Angel, dalla fierezza di Nessuna Resa Mai all’apocalisse di Diluvio, dalla dichiarazione d’amore in L’ultimo ballo alla poesia di Bambina di strada, dalla filologica Nikolajevka all’orgoglio di Nessuna resa mai non c’è alcun vuoto da riempire...la voce è ancora e sempre più pregna di quella fame di vita che canta una scrittura in disfacimento in cui tanti si possano ritrovare. Vengono aggiunte tre nuove canzoni tra cui Bellitalia, messa in cima, quasi a sostenere queste parole. Ma trovare appigli alla ragione non desta interesse, a me basta la storia da libro di storia di La strada del davai per capacitarmi di tutto quello che mai riuscirò a spiegare, anche se scrivessi pagine e pagine sempre più vuote. Che la voce di Massimo sia migliorata negli anni o forse più semplicemente sia sempre più parte essa stessa delle canzoni che intona è difficile a dirsi, ma si avverte al primo ascolto. Leggendo le note personali (consiglio un passaggio nel curatissimo sito ufficiale, troverete moltissimo materiale) mi soddisfa constatare che le canzoni abbiano per lui un significato diverso da quello che io ho voluto trovarvi o leggervi dalla prima volta, ma in fondo anche questo rientra in una ottica di linguaggio universale che da sempre attribuisco alla (buona) musica, quella pensata dall’anima.
Tra poco sarà Natale e non sono qui ad interpretare uno spot, ma piuttosto che regalare orpelli plastificati alla persona a voi più cara provate a passare in un negozio di dischi e farle impacchettare una copia di “Sulla Strada”. Spenderete di meno, rischiate di essere originali e riempirete un cuore di pura magia. Una magia fatta di parole semplici, fuori dal tempo, lontane dallo spazio e per questo semplicemente … straordinarie. Il rock in Italia è tutto tra questi solchi. (Walter Bastianel)

 WB